Sordita: la bellezza di capire…

Mi chiamo Simona e mi è stato chiesto più volte di scrivere la mia storia… che comunque è una storia come tutte le altre, le storie di tutti noi che partiamo con un handicap uditivo.
Non l’ho voluta scrivere per molto tempo, volevo non trovare il tempo, volevo non descrivere quella parte di me che si è sempre sentita un po’ diversa, ma, poi oggi per qualche strano motivo mi sono all’improvviso decisa: mi sono seduta e sto iniziando a scrivere

Mi chiamo Simona, ho 50 anni di cui 26 passati in America… un po’ ovunque e oggi casa è a Baltimora nel Maryland.
A vent’anni sono stata diagnosticata con lieve otosclerosi e di conseguenza ipoacusia all’orecchio destro: un piccolo fastidio, non ci pensare – mi dicevo – in fondo non mi impedisce nulla, solo quel ticchettio della sveglia è scomparso da quando me ne sono accorta la prima volta.

Gli anni passano, il ticchettio non torna e con lui piano piano iniziano a scomparire altri rumori, prima i più impercettibili poi, con il tempo, anche quelli un po’ più forti, quelli, insomma, che fanno la differenza un tra chi sente e chi non sente: i fruscii, la pioggia, il vento, la freccia della macchina, la tastiera del computer, il caffè che esce dalla moka.
Va bene, non fa nulla, comunque non sono rumori importanti – mi convinco – ce la posso fare anche così.
Nel frattempo la famiglia che sto costruendo con mio marito Luca si allarga e arrivano Margherita e Tony, entrambi nati in California; la vita scorre frenetica perché in fondo siamo soli io e Luca con il suo sogno da cardiochirurgo pediatrico e non c’è tempo per pensare al vento, alle foglie, ai ticchettii, alle pioggia … tutti suoni che, uno dopo l’altro, lentamente si allontanano anche dalla mia memoria.

Iniziano le prime visite dall’audiologo, sempre più ravvicinate, e, infine, arriva il suggerimento delle protesi acustiche che sarebbero state bilaterali perché anche il sinistro si stava perdendo per strada. Ma io rifiuto questo suggerimento, rimango impassibile mentre dentro me penso: MAI E POI MAI… d’altronde si può vivere benissimo senza il vento, senza i campanelli, senza questi rumori che non sono altro che un inutile peso. Devo pensare ai bimbi, a Luca, alla casa: non mi servono questi suoni.

Poi però iniziano a sfuggirmi anche le consonanti, le vocali, intere parole, il filo del discorso… in inglese poi la situazione è ancora più tragica, ed ecco arrivare le prime lacrime, le prime frustrazioni la prima vergogna sentita profondamente : “ can you repeat?” diventa un intercalare; poi è il momento di “could you speak slowly?” e anche in italiano è un continuo di “cosa?” “che?”. Niente da fare: oltre ai sussurri anche i rumori, le note musicali, le voci, le parole e intere frasi mi stavano lasciando, sì, anche loro. Cosi torno a casa un giorno con i miei nuovi apparecchi acustici …che sono finiti subito nel cassetto, per mesi.

Lentamente però, e con molta difficoltà, inizio ad accettarli perché mi rendo conto di non poterne fare a meno , mi aiutavano un po’ e poi non si vedono, sono coperti dai capelli, cappelli, sciarpe e pettinature… o male che va non li porto proprio: piuttosto faccio la figura della cretina che non capisce, ma mai mi farò vedere con un apparecchio acustico …MAIIII…

Mi accorgo però che la vita si complica, che sto perdendo il mondo intorno a me: sto perdendo i discorsi dei figli che parlano tra loro, i quali devono ripetere e guardarmi in viso per parlare con mamma, perdo il suono del telefono completamente – vabbè, tanto ci sono i messaggini - perdo la disinvoltura quotidiana e mi nascondo dal suono, dalle parole, dai rumori e inizio a perdere un po’ della mia voglia di stare con gli altri e mi nascondo anche da lì … mi isolo sempre un po’ di più, mi chiudo in me stessa e mi deprimo e inizio a piangere ogni volta che Steve, il mio audiologo, mi propone l’impianto cocleare. Ormai piango sempre più spesso: a casa, da sola, e anche in giro con le amiche, davanti ai figli, che mi chiedono qualcosa che non interpreto prontamente, e anche con Luca, che ha sempre avuto un timbro basso ed una voce chiara e profonda… non seguo più… mi sono persa anche io insieme a tutti quei suoni e parole che sono andati via.

Ed ecco arrivare il grande momento: con molta esitazione e fatica e dopo troppa insoddisfazione, vergogne e paure… alla fine… mi decido per l’impianto cocleare!
Ma l’attesa è snervante e cambio idea mille volte… tra ansia, paura, dubbi e incertezza, mentre sono alla continua ricerca di qualcuno che potesse capire, il tempo non passa o passa ma non bene, passa a singhiozzo ed è proprio allora che incontro prima Marina e poi Pablo, due incontri fatti davvero per caso on line, incontri che sono stati per me decisivi, positivamente stimolanti e indubbiamente incoraggianti… ecco, a loro, forse, devo la mia sesta marcia verso l’impianto ed è per loro che ho scritto questa storia ed in parte è per loro che ora ho ricominciato a vivere.
Ora ho ritrovato quei suoni che mi avevano lasciato o che io avevo perduto, quelle parole che mi avevano tradito! E ho ritrovato anche me stessa, finalmente!
TIC TAC disse Marina…e quasi piansi con lei.
Del mio impianto vado fiera… è il bel trofeo di una battaglia che per ora ho vinto… niente cappelli. non si copre, non si deve coprire, ma anzi si mostra: coda di cavallo o capelli raccolti… ed ecco il mio… come posso definirlo? Sì, il mio premio… il mio orecchio bionico!
Dedico queste parole a Marina e Pablo con affetto infinito. E a tutti gli altri piccoli grandi eroi che ho conosciuto in questo percorso e anche a tutti coloro che non conosco ma che lottano quel silenzio assordante che è la sordità.
Un pensiero a parte va poi a Luca: da sempre il mio meraviglioso compagno di viaggio!

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