Marina Desiderio: E finalmente il suono…

“Falla vedere ‘sta bambina!”

Ecco, se dovessi dare un inizio alla mia lunga storia di un udito che a poco a poco va via, l’inizio, per me è stata quella frase lì, detta da una mia prozia a mia madre. Dev’essere suonato come un ennesimo campanello di allarme, per i miei genitori, perché da quella frase, pronunciata che io potevo avere 8 - 9 anni, sono iniziati una serie di controlli, di prove, di giochetti che, diciamolo francamente giochetti non erano, che mi stavano estenuando. Ora posso dare un nome a tutto questo: esami audiometrici, all’epoca mi sembrava che fossero tutti impazziti… e che diamine! Tutto questo ambaradan di roba solo perché chiedevo un po’ spesso, un po’ troppo spesso, sempre, diciamolo, di ripetere?

 

IL MIO MONDO

Così mi sembrava il mondo attorno a me. Una follia collettiva. Perché, siamo sinceri, il problema era tutto loro, io in fondo stavo bene, il televisore perdeva sempre più importanza, e se lo guardavo, mi creavo le mie storie e non davo fastidio a nessuno. La comunicazione era fatta su una lettura labiale su cui ero imbattibile, ma mi sembrava una cosa che tutti sapessero fare, e invece non era affatto così. Per cui, quando mio padre si metteva di spalle e mi diceva delle parole che io dovevo ripetere, iniziava per me una infinita tortura. Quando le ripetevo, di rado, lui esultava e diceva che, evviva, ci sentivo e cancellava dalla memoria le tantissime parole, che, ahimè, non avevo ripetuto.

Però l’esame audiometrico era impietoso.
Questa loro bella bambina non ci sentiva bene. Che strazio quegli esami…
Chiusa in quello stanzino piccolo piccolo, con le pareti tutte bucate e oggettivamente brutte, con in testa una cuffia, dovevo alzare la mano ogni volta che sentivo un suono e comunicare a un perfetto estraneo, di cui non mi importava nulla, a cui non importavo nulla, se avevo sentito il suono oppure no. Dio, che ansia. Quel “Klan!” della porta che si chiudeva mi metteva un’angoscia senza confini, ma perché chiudono in questo modo? Ma che scappo, secondo loro??? E dov’è mia madre? Oddio, mamma dove sei??? Il pianto disperato li doveva aver commossi: porta non più bloccata e mamma che vedevo dalla finestra, ma forse è da allora che ho un senso di claustrofobia ai luoghi chiusi e un senso di abbandono latente.

 

GLI APPARECCHI ACUSTICI

Apparecchi acustici. Brutti da morire, fastidiosi, ingombranti, che roba è questa??? Mi faceva male metterli, infilarli nelle miei povere orecchie, vaselina a tutto spiano, e il male non smetteva.
Li ho messi pochissimo. E mai per uscire. Ogni tanto a casa, per far felici i miei, poi piano piano non me li sono messi più. Alla fine parlavo bene, alla fine comunicavo... alla fine in fondo ci sentivo. La fatica immane per fare tutto questo lo sapevo solo io: per la comunicazione utilizzavo la lettura labiale e “l’orecchio ausiliario”, che era l’aiuto di una mia cara amica, eletta per la circostanza, a cui avevo confessato il mio terribile segreto: non ci sento. Per il mio linguaggio, volontariamente, non ho fatto nulla, nel senso che ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di ottima cultura (mamma professoressa e papà preside) e la mia casa era piena zeppa di libri. E poiché alla fine solo nei libri ero autonoma, ho letto tutto ciò che mi capitava sottomano. Credo che sia stato quello a far sì che il mio linguaggio fosse molto ricco.
Dopo aver fatto le scuole superiori, con le difficoltà facilmente immaginabili soprattutto in inglese, ormai diciottenne ho detto a me stessa, e poi ai miei: io non ci sento. Ancora ho davanti lo sguardo dei miei, come se si rinnovasse un dolore.

Ma io ero diventata sempre un po’ più sorda, ma non poi tanto, o almeno così credevo. Andai in una nota azienda di apparecchi acustici e, entrando ho detto, io non ci sento.
Esame audiometrico e responso: apparecchi acustici. Ma non quelli orridi di tanto tempo fa: ora erano piccoli, sparivano dentro l’orecchio, invisibili che era una meraviglia, e mi facevano sentire meglio. Beh, d’altra parte 10 anni non erano passati invano!
Università e laurea: i libri letti e i tanti che ho ancora letto, e leggo ancora, sono sempre stati i miei amici più cari. Calmi, pazienti, mai che avessero fretta, una parola stava lì pronta per essere riletta mille volte. Le parole orali, invece, sembra che abbiano sempre fretta. Dobbiamo scappare, sembrano dire… se non ci afferri al volo è finita!!!
Forse sarà anche per questo che io odio la fretta. Amo la calma, il gustarmi le cose, e le parole nascondono tesori grandi se le puoi gustare in pace! Forse è per questo, che in fondo, le conversazioni delle persone mi interessano poco e intervengo solo se sono chiamata in causa, dopo aver chiesto loro di ripetere perché, davvero, non ho sentito. “Come non hai sentito? Stavi qui!” Vallo a spiegare, a loro, che per me sentire è una gran fatica, e se posso fare a meno lo faccio ben volentieri! Vallo a spiegare a loro che la maggior parte delle volte che con gran fatica ho sentito mi sono poi resa conto che non ne era valsa la pena.

 

LA PAROLA SCRITTA E QUELLA PARLATA

 

La parola scritta è ponderata, cercata, voluta, amata. È partorita come un figlia, lasciata andare con amore. Le parole dette, invece, sono quasi vomitate... scusate, ma io devo fare una fatica bestiale per prendermi un vomito?
Però poi ti accorgi che anche le parole dette sono importanti. Che alla fine occorre sentire. È necessario. Specie se si fa un lavoro, come quello mio, che si basa sulle parole: insegnare italiano e storia in un liceo. Alla fine le parole scritte hanno vinto, nella mia vita, ma si sono portate con sé anche quelle orali. Forse saranno anche amiche, tra di loro: forse sono io che le vedo in antitesi.
A scuola, dopo tanti anni di insegnamento, ho davvero toccato con mano che ci sentivo sempre meno. Quando capivo fisco per fiasco (nel vero senso della parola) allora ho detto: ALT!
Tra un sorrisino degli alunni, e un sospiro dei colleghi e amici, io ho capito che cominciavo a non sentirci più davvero. Che gli apparecchi, che nel frattempo erano diventati sempre più ingombranti e brutti, non bastavano più. Perché amplificavano, sì, ma io determinati suoni non li sentivo proprio più. Vivevo il mondo a metà, senza i suoni acuti, senza le lettere sibilanti… un mondo sonoro, ma senza tutti i suoni.

 

E FINALMENTE IL SUONO

 

L’Impianto Cocleare è storia recente, recentissima. È la storia che sto vivendo ora. Ora che sento i fischi al posto di tutti quei suoni che avevo perso e che devo riprendere. O prendere. Sono alla scoperta dell’altra parte del mondo. Il cinguettio, l’acqua che scorre, il mio stesso respiro, il tic tac dell’orologio. Tutto mi era nascosto. Ora è svelato, ma io devo capirlo, analizzarlo, farlo mio.
A volte mi scoraggio, ci sono così tanti suoni, come farò? Ma poi la scoperta è bella, e vado avanti. Le onde del mare… un brivido sulla pelle che mi è arrivato attraverso il suono.
Le parole, quelle orali, sono ancora lontane nella loro comprensione. Ma non ho fretta. Ci sono quelle scritte, amiche ormai di quelle orali, che mi tengono compagnia. A scuola mi aspettano con affetto, o almeno così dicono. Ma intanto un grande affetto, anzi proprio amore, lo sento io per il mondo dei suoni che è così variegato, intenso, sfaccettato. Anche per le parole, che aspetto di gustare nel loro suono. E anche se avranno sempre fretta, io forse le coglierò al volo, e le coccolerò come chi le ha lanciate, probabilmente, non ha fatto.
Ora, nella scoperta quotidiana di suoni, ci sono anche le lettere che escono dalla mia bocca.
Provo a fare la esse… Ssssss, che fischio!

Sorrido… sembra il fischio di un treno: è iniziato un viaggio, ma già so che sarà meraviglioso.

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