Sordità e Anzianità capiamola assieme

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Ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente.
(Rita-Levi Montalcini)

I processi involutivi dovuti all’avanzare dell’età sono inevitabili, tuttavia ogni organismo invecchia in modo differente da un altro, sia per particolari caratteristiche di ordine genetico, sia per il modo di condurre la propria vita (affaticamento, stress emotivi e lavorativi, abitudini alimentari e voluttuarie quali fumo e alcool, uso/abuso di alcuni farmaci, rumore ambientale e lavorativo) e per le varie malattie intercorse negli anni. L’ultima fase della ciclo vitale è definita da Erikson”vecchiaia”, ed è quella che più di altre si caratterizza per la disgregazione del gruppo sociale a cui l’anziano appartiene: i figli ormai adulti hanno delle famiglie proprie che non sempre permettono una presenza costante nella vita dei genitori, la possibile perdita di congiunti e amici, l’aggravamento delle condizioni di salute, gli aspetti cognitivi connessi all’invecchiamento che possono causare una riduzione della memoria, tempi di reazioni allungati, irrigidimento cognitivo, il presentarsi di possibili patologie come le demenze senili o l’Alzheimer, sono tutte variabili che incidono sulla qualità e sulla quantità relazionale della vita nell’anziano. Tra possibili cambiamenti fisici a cui l'anziano potrebbe trovarsi di fronte è la Presbiacusia. La presbiacusia (dal Greco presbys “anziano” + akousis “udire”), o sordità legata all'età, è la diminuzione dell'udito per effetto dell'invecchiamento. Oggi giorno la sordità è una delle problematiche più comuni che affliggono gli anziani. Un adulto su tre con più di 60 anni e il 50% sopra gli 85 anni ha problemi all’udito (fonte: Associazione Italiana per la Ricerca sulla Sordità). Per presbiacusia si intende la riduzione della capacità uditiva, che subentra con l’età per i fenomeni di invecchiamento fisiologico, con insorgenza graduale a progressione lenta. Da un punto di vista generale la presbiacusia è caratterizzata da un’ipoacusia neurosensoriale bilaterale, simmetrica, che inizia interessando prevalentemente le frequenze acute (oltre i 4000 Hz). Solo dopo i 65 anni la perdita uditiva comincia a interessare anche le frequenze tipiche del linguaggio. Una delle caratteristiche della presbiacusia è la diminuzione della capacità di riconoscimento della parola, spesso con sproporzionato decadimento della comprensione verbale rispetto alla perdita uditiva, rilevata all’esame audiometrico. Questa discrepanza tra grado di sordità e discriminazione delle vocali è stata attribuita a una compromissione del sistema uditivo centrale: il suono arriva al cervello ma questo non è in grado di “discriminarlo” come parlato. 

Come è facilmente immaginabile, la perdita progressiva dell’udito influenza a sua volta gli aspetti psicologici, cognitivi e relazionali della persona che ne soffre, aumentando esponenzialmente il rischio di marginalità sociale che già la senescenza introduce nella vita degli anziani; questo perché i problemi all’udito modificano il modo in cui la persona si approccia alla vita quotidiana molto più incisivamente di quanto sia sospettabile. La prima area influenzata è quella cognitiva: “oggi sappiamo che tra ipoacusia e demenza esiste una relazione bidirezionale: un grave deficit uditivo è in grado di aumentare di ben 5 volte, in maniera indipendente rispetto ad altri fattori, il rischio di sviluppare demenza”. A spiegarlo è Alessandro Martini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Organi di Senso e docente di Otorinolaringoiatria, Azienda Ospedaliera Università di Padova. Perché questa correlazione tanto stretta? Il cervello è un muscolo che necessita di essere allenato. La sordità “isola” il cervello dal mondo esterno e riduce la quantità di stimoli necessario a tenerlo attivo. Se consideriamo che l’età avanzata produce di per sé un invecchiamento cognitivo, i due elementi, insieme sommati, diventano delle armi letali per il sistema cognitivo. La seconda area influenzata è quella relazionale: il deficit uditivo comporta una diminuzione del desiderio di uscire, incontrare persone e farsi coinvolgere in conversazioni o situazioni mondane. Le persone che non sentono “fanno finta di capire” o si vergognano e mostrano timidezza ed imbarazzo nelle occasioni pubbliche. Si perde interesse alla conversazione perché non si è più in grado di seguirla. Il risultato finale è ancora una volta l’isolamento dell’anziano, un isolamento capace di “spegnere” il cervello e di diminuire la voglia di vivere. 
Queste due aree provocano ovviamente una ricaduta emotiva estremamente incisiva nella vita di una persona. È abbastanza facile immaginare lo scenario: già l’anziano deve fare i conti con l’invecchiamento celebrale, le malattie dell’età, la ridotta o diminuita capacità di mantenere vivi i contati con le persone, anche per oggettivi limiti contestuali (amici deceduti, difficoltà a muoversi, senso di straniamento e allontanamento dalla società moderna sentita sempre più distante etc...) se a questi aggiungiamo l’isolamento relazionale indotto dalla sordità e i danni che uno scarso “allenamento” cerebrale provoca, diventa ovvio immaginare quali emozioni possono venire provate. Oltre che dalla riduzione di sensibilità uditiva, la presbiacusia è caratterizzata da una riduzione della comprensione di dialoghi in ambienti rumorosi, da una rallentata elaborazione centrale delle informazioni acustiche (difficoltà di tradurre il significante in significato) e da un'imprecisa localizzazione spaziale della fonte sonora. Con il passare del tempo il rilevamento di suoni acuti diventa più difficile e la percezione del linguaggio ne viene influenzata. Gli anziani ipoacusici raccontano spesso di sentirsi confusi, nervosi, soli, infelici, sciocchi. Con il passare del tempo queste emozioni possono trasformarsi in veri e propri macigni emotivi che, se associati alle difficoltà della vita quotidiana, alla propria storia relazionale e al lento ma sempre presente decadimento cognitivo, possono evolvere in vere e proprie patologie mentali o relazionali (come il disturbo depressivo). Non sentire fa passare la voglia di fare cose, vivere, coltivare relazioni.
Si perde interesse, le cose nuove non incuriosiscono più. 
A questo si aggiungano infine il rischi oggettivi a cui incorre un anziano che non sente più bene: potrebbe diventare difficile camminare per strada, sentire suonare un telefono, ascoltare quello che riferisce il proprio medico. Alla lunga non si potrebbe più essere in grado di prevenire un incidente o accorgersi che qualcosa di pericoloso sta accadendo. Un altro difficile compito, è quello, non facile, di dover accettare di non sentirci più e quindi dover fare i conti con una disabilità fisica: per molte persone è una sfida mentale ed emotiva più che fisica. 
Infine occorre tenere in considerazione il fatto che spesso la perdita funzionale è lenta, progressiva e graduale, tanto che il soggetto fatica a rendersi conto pienamente della propria invalidità, fino a poter arrivare alla convinzione di essere al centro di cospirazioni, bisbiglii, isolamento. L'individuo diventa così sospettoso, a tratti irascibile e cade nella depressione che contribuisce ad alimentare la minor comunicazione e in qualche caso porta ad isolarsi davvero, non solo dal punto di vista sensoriale, ma anche umano e sociale. Oggi esistono numerosi esami e strumenti che giocano un ruolo importantissimo per contrastare la sordità non solo per i neonati ma anche per gli anziani, protesi acustiche, induzione ossea, impianti cocleari possono migliorare notevolmente la qualità della vita  

 

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